lunedì 4 giugno 2012

Elogio alla sportività

L’apertura fila via liscia, quasi automatica.
E’ un semilampo molto frequentato, quest’anno ha registrato il record di iscritti della sua storia.
Ogni partita è una battaglia, si rincontrano vecchi amici ma l’agonismo esalta una sana cattiveria che fa volare i pezzi aggressivamente sulla scacchiera. Il mio avversario è un titolato maestro FIDE, tornato a giocare da poco con una certa assiduità nella nuova condizione professionale di pensionato...

Guadagno un pedone, la posizione è molto promettente e confido di giocare contro un giocatore non troppo veloce.
Avevo già incontrato il mio avversario in una partita di torneo a cadenza lunga qualche mese fa e ne era venuta fuori una patta avvincente, con rovesciamenti di fronte e calo di tensione finale dopo una serie di cambi semplificatori.
Ok, ora la posizione si fa abbastanza complessa, ma ho ancora l’iniziativa e mantengo il mio vantaggio materiale. Sono rimasto indietro di tempo, niente ancora di preoccupante, ma mi rendo conto che voglio giocare con precisione per non sciupare una ghiotta occasione.
Anche perchè il mio avversario è stato uno dei forti maestri italiani del passato - a quei tempi io cominciavo a imparare a giocare - con miglior risultato un quinto posto alla finale del campionato italiano (anni ‘70 se non sbaglio). Insomma uno che se la giocava contro Toth, Tatai e compagnia bella.
Siamo entrati in complicazioni. Sacrifici e contro-sacrifici. Ormai il tempo è ridottissimo e capisco di non avere più il controllo della situazione. Devo sperare di tenere il vantaggio semplificando ed entrando in un finale che non ho tempo di valutare. Sono nell’ultimo minuto. Anche il mio avversario ha poco tempo ma sicuramente almeno 1-2 minuti più di me. Ci arrabattiamo velocemente sulla scacchiera, proprio noi che siamo due giocatori abbastanza lenti. Le mie cappelle cominciano ad affiorare impietose, ormai preoccupato solo dal tenere alzata la bandierina per qualche attimo in più. Le mani si scontrano, i pezzi cadono nella foga, li riposizioniamo il più velocemente possibile. Do un occhio alla bandierina: è in bilico, non ce la posso fare. Inseguo velocemente i suoi cavalli e lancio il re in mezzo alla scacchiera per fermare il suo. Una serie di cambi continuano a semplificare la posizione, ma... con la coda dell’occhio vedo la mia sorte: è caduta la bandierina.
Provo a continuare, come se niente fosse, il roboante finale verso una posizione ormai ridotta a pochissimi elementi. Ma cosa posso fare? Non c’è patta, ci sono ancora un paio di pedoni per parte e lui ha ancora un minuto sull’orologio. Sto per mollare la mia finta resistenza, ma improvvisamente il mio avversario opera un’altro scambio di pedoni e nella risultante posizione di pari possibilità mi offre la patta e mi tende la mano.
Lo guardo negli occhi. Sono istanti.
La mia mano afferra immediatamente la sua, in un movimento impulsivo non controllato dal cervello. Ma gli occhi che si incrociano dicono più di mille parole. Capisco che sta facendo finta di non vedere la mia bandierina caduta. Chiunque avrebbe guardato l’orologio prima di proporre patta. Eppure la sua mano tesa mi stava inequivocabilmente offrendo la patta e regalando mezzo punto. Ma senza dirmelo, per non permettermi di rifiutare.
“E’ stata una bella partita, non si può concluderla in questo modo, lasciando decidere al caso e agli ultimi secondi di orologio chi sarà il vincitore. Sembra di tirare i dadi.”
Questo mi dice Ileano, o almeno sono le parole che ho percepito mentre ancora ci stringevamo la mano sorridenti.
Sono stordito. Dalla partita, dalla fine rocambolesca. E da questo autentico amore per il gioco da parte di uno scacchista simbolo di sportività.
Ileano Bonfà, grazie. Ti aspetto per la rivincita!

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